Il rito della Quagghiète
- TuriBorgoAntico

- 2 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Un piatto povero, una memoria ricca
Ci sono parole che non si trovano nei menu.Non sono scritte sulle lavagne dei ristoranti, non compaiono nei food blog, non si fotografano con leggerezza.
La Quagghiète è una di quelle.
Non era una ricetta.Era un momento.Un tempo sospeso tra la cucina e la campagna, tra la povertà e la dignità, tra il bisogno e la cura.
Quando non si andava in campagna, “c’era tempo per la Quagghiète”.E questa frase, da sola, racconta un mondo.
C’era un gesto che veniva prima del piatto, un piccolo rito domestico che non aveva bisogno di spiegazioni. Un pentolino sul fuoco, l’acqua che iniziava a scaldarsi, un giro d’olio versato senza misurino, un pezzetto di peperoncino, un pizzico di sale. Niente di più. Si aspettava in silenzio che dal fondo del tegamino salissero le prime bollicine, discrete ma inequivocabili: era quello il segnale.
Non serviva il timer, non serviva pesare. Si prendeva la farina mista di ceci e orzo, la farinella, e la si lasciava cadere a pioggia mentre la mano iniziava a girare con decisione. La quantità era “ad occhio”, ma non un occhio qualunque: quello della nonna o del nonno, allenato dagli anni e dalla necessità, capace di capire la consistenza giusta prima ancora che si formasse. In pochi minuti la quagghiete prendeva corpo, densa e calda, semplice e sincera, una crema robusta che riempiva lo stomaco e metteva a tacere la fame con la stessa naturalezza con cui era nata.

La quagliata, come la chiamavano in molte case, era il cibo dei poveri, ma povero non significava misero. Era il piatto che univa, che raccoglieva la famiglia attorno a sé. Si versava tutto in un unico grande piatto, U mènze Mbreialètte, e attorno si faceva cerchio. I più piccoli aspettavano, perché non si iniziava finché i nonni non prendevano per primi le loro cucchiaiate: una regola non scritta, un codice di rispetto silenzioso che nessuno osava infrangere. Si mangiava insieme, si mangiava con lentezza, si mangiava ciò che c’era, senza lamento e senza spreco. E quando avanzava, perché a volte avanzava davvero, non si buttava via: si lasciava raffreddare, si tagliava a fette compatte e si avvolgeva in un panno per portarla in campagna il giorno dopo, magari con qualche oliva a fare compagnia. Era pranzo, era forza, era sopravvivenza, era la capacità concreta di trasformare il poco in abbastanza.

Oggi la farinella è rimasta, ma il rito si è fatto più raro. A Turi si accompagna con le rape, in quel dialogo antico tra l’amaro delle cime e il sapore rustico della farina cotta; a Putignano la amano raccolta nel sugo rimasto nel piatto dopo la carne al ragù, gesto istintivo e quasi viscerale che racconta il rifiuto dello spreco e la volontà di dare dignità a ogni traccia di sapore. Cambiano gli abbinamenti, cambiano le abitudini, ma la sostanza resta la stessa: farina, acqua, calore, mani.
La quagghiete non è gourmet, non cerca impiattamenti scenografici. È un piatto che parla piano, e forse proprio per questo rischia di essere dimenticato. Eppure dentro quella semplicità vive una lezione profonda: l’arte dell’essenziale, la sapienza del “quanto basta”, il rispetto delle gerarchie familiari, la capacità di trasformare il necessario in nutrimento e il nutrimento in condivisione.
Non era soltanto cibo, era educazione alla misura, alla gratitudine, al senso del limite.
Raccontarla oggi significa salvare un frammento di identità, ricordare che la cucina non nasce nei ristoranti ma nelle case, attorno a un fuoco e a mani che sanno aspettare. Possiamo arricchirla, reinterpretarla, abbinarla a nuovi sapori, ma per capirla davvero bisogna immaginarla così: un tavolo semplice, un unico piatto al centro, le mani dei nonni che affondano per prime, i bambini in attesa, e fuori la campagna che respira. La quagghiete era il cibo dei poveri, sì, ma soprattutto era il cibo di chi sapeva dare valore a ciò che aveva, e in questa consapevolezza silenziosa c’era già una forma di ricchezza.
Credits
Articolo redatto da Miriam Valentini
Fonti: memoria orale – Foto di Rosa Arrè








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