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Quando arriva Polùcce: il sonno che parla in dialetto



Avà rrevéte Polùcce… e già lo senti arrivare prima ancora che qualcuno lo dica, come una presenza che si infila tra una parola e l’altra, tra uno sbadiglio trattenuto e una frase lasciata a metà, mentre la sera si allunga e le luci diventano più morbide, e gli occhi – piano, senza chiedere permesso – iniziano a cedere, a velarsi, a chiudersi quel tanto che basta per farti capire che ormai è questione di un attimo: sta arrivando, è dietro l’angolo, è già qui; e allora qualcuno lo annuncia, con quella naturalezza antica che non ha bisogno di spiegazioni: “stè rrìve Polùcce”, come se fosse davvero una persona, uno che gira per il paese, che passa sotto i balconi, che si affaccia nelle case quando è ora di spegnere tutto e lasciarsi andare, uno che non fa rumore ma si fa riconoscere da tutti, perché quando arriva lui non c’è resistenza che tenga, puoi anche provarci a restare sveglio, a tenere gli occhi aperti, a seguire il discorso, ma a un certo punto la testa si inclina, il corpo si arrende e il sonno si prende quello che è suo; e in questa scena così quotidiana, così familiare, quasi tenera, si nasconde invece una storia antica, lontana, che attraversa i secoli e si è trasformata strada facendo, una storia che nasce negli Atti degli Apostoli, quando San Paolo parlava ai discepoli in una notte che sembrava non finire mai, con le lampade accese e le parole che si susseguivano senza tregua, e lì, su un davanzale, come succede ancora oggi a chi cerca un po’ d’aria o una posizione più comoda per resistere alla stanchezza, c’era un ragazzo, Eutico, che ascoltava, o forse provava ad ascoltare, mentre il sonno gli cadeva addosso piano, sempre più pesante, sempre più inevitabile, finché non riuscì più a tenerlo fuori, e si

addormentò, e cadde, e per un attimo quella notte diventò tragedia; ma poi Paolo scese, lo abbracciò, lo riportò in vita, e quasi come se nulla fosse accaduto tornò di sopra e riprese a parlare fino all’alba, perché ci sono parole che non si fermano, che non possono fermarsi, e forse è anche per questo che nella memoria popolare quell’episodio ha preso una strada tutta sua, si è alleggerito, si è fatto racconto, si è trasformato in una figura quasi domestica, Polùcce appunto, che non spaventa ma accompagna, che non fa cadere ma fa cedere, che non porta tragedia ma sonno, e così oggi, quando lo nominiamo, non stiamo pensando a una caduta dal terzo piano, ma a quel momento sospeso e delicato in cui non sei più davvero presente, in cui le parole degli altri diventano lontane, in cui il mondo si sfuma e tu resti lì, a metà, con gli occhi che si chiudono e la testa che pesa, ed è proprio lì che passa Polùcce, puntuale, silenzioso, inevitabile; e forse, sotto sotto, in quella parola che sembra così semplice, così leggera, resta ancora un’eco più profonda, quella che San Paolo stesso suggeriva, parlando di un altro tipo di sonno, quello che non riguarda il corpo ma l’anima, quello che non ti fa cadere da una finestra ma può farti perdere la strada senza nemmeno accorgertene, e allora Polùcce diventa qualcosa di più di uno sbadiglio condiviso, diventa memoria, diventa avvertimento gentile, diventa una di quelle parole che il dialetto custodisce senza spiegarle, lasciandole vivere così, tra una sera e l’altra, tra una voce e l’altra, tra un sorriso e un colpo di sonno, perché a Turi certe cose non si raccontano davvero: si tramandano, e basta.


Fonti e Crediti

Atti degli Apostoli (20, 7-12);

Rielaborazione da un testo del Prof. Raffaele Valentini 

Articolo rielaborato da Miriam Valentini

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