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Il Calvario che resta.

Fra Angelo da Pietrafitta e il Cristo che scelse Turi

Ci sono opere che non chiedono attenzione, ma offrono presenza. Il Calvario ligneo custodito nella chiesa di San Giovanni Battista a Turi è una di queste: non impone lo sguardo, lo accompagna. È un’opera del Seicento che parla con il linguaggio lento della devozione, dove l’arte diventa preghiera e la materia si fa racconto dell’anima.



Al centro, il Cristo in croce. Il suo corpo non grida, ma accoglie. Il volto reclinato, cinto dalla corona di rovi, sembra sospeso tra dolore e abbandono fiducioso, come se invitasse chi guarda a fermarsi, a respirare, a condividere un silenzio. È un’immagine pensata non per turbare, ma per guidare il cuore verso una contemplazione intima, secondo la spiritualità profonda della Controriforma.

Accanto alla Croce, l’Addolorata e San Giovanni Evangelista vivono un dolore composto, fatto di sguardi abbassati e gesti trattenuti. La Maddalena, probabilmente aggiunta in un tempo successivo, introduce una nota di umanissima tenerezza. Più in alto, angeli, Spirito Santo e Padre Eterno ricompongono la scena in un dialogo silenzioso tra cielo e terra, tra sofferenza e speranza.

Il Calvario di Turi è attribuito con fondata probabilità a fra Angelo da Pietrafitta, frate-intagliatore calabrese, tra le figure più intense della scultura lignea devozionale dell’Italia meridionale. Seguace di fra Umile Pintorno da Petralia Soprana, fra Angelo seppe dare forma a un linguaggio riconoscibile, capace di unire rigore formale e profonda spiritualità. Le sue opere non cercano l’effetto, ma la partecipazione, non la scena, ma la memoria.

Come ricorda padre Benigno Francesco Perrone:

«Nella scultura si riscontrano tutti i connotati che caratterizzano gli esemplari del maestro calabrese».

Databile attorno al 1697, il gruppo scultoreo era originariamente inserito in una cappella interamente affrescata con i misteri della Passione. Un luogo pensato come percorso interiore, dove lo sguardo si muoveva lentamente e il tempo sembrava rallentare.

E poi c’è la leggenda, che trasforma l’opera in presenza viva. Si racconta che questo Crocifisso non abbia mai voluto lasciare Turi. Ogni tentativo di trasporto veniva fermato dalla pioggia, come se l’effige avesse scelto di restare accanto alla sua comunità. Da allora, il Cristo dei Francescani è invocato nei momenti difficili, soprattutto durante la siccità. L’ultima grande processione risale al 1990, quando, dopo cinquant’anni, il Crocifisso tornò a percorrere le strade del paese, portato a spalla, accompagnato dalla preghiera collettiva.



Questo Calvario non è solo un’opera d’arte del Seicento pugliese. È un racconto che attraversa i secoli. Un segno identitario. Un Cristo che resta, in silenzio, a vegliare su Turi.


Crediti e fonti


Testo originale: Giovanni Lerede

Fonte: “Certi Calvari del XVII secolo trasudano sangue. Fra Angelo da Pietrafitta nella Chiesa dei Riformati di Turi”, 26 marzo 2022 – sezione Cultura

Citazioni storiche:– p. Benigno Francesco Perrone, I Conventi della Serafica Riforma di San Nicolò in Puglia, vol. III– Apprezzo del Feudo di Turi, Luca Vecchione (1742)

Fotografie: Giovanni Palmisano

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