Oronzo De Carolis. Quando un paese cercò un segno
- TuriBorgoAntico

- 27 gen
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Ci sono momenti in cui un paese non chiede spiegazioni, ma segni. Turi, all’indomani della Grande Guerra, era uno di quei luoghi. Le campane suonavano come sempre, ma i volti erano cambiati. La fede non bastava più a rassicurare: doveva rispondere.
Fu allora che Oronzo De Carolis cominciò a parlare.

Non si presentò come profeta, né come guida. Era un uomo qualunque, uno che conosceva la fatica e il silenzio. Scendeva nella grotta sotto la chiesa di Sant’Oronzo e lì restava a lungo, immobile, come in ascolto. Quando tornava in superficie, raccontava che il Santo gli era apparso. Non in sogno, ma nella veglia. Non per incutere timore, ma per promettere pace.
La notizia si diffuse in fretta, senza bisogno di proclami. Prima in poche case, poi per le strade, infine nei campi. Qualcuno rise, qualcuno dubitò.
Molti, troppi, vollero vedere.

La grotta divenne il centro di una nuova attesa. Di notte si accendevano candele, si mormoravano preghiere, si chiedeva protezione. Attorno a Oronzo si raccolsero donne stanche di aspettare, uomini tornati dalla guerra con lo sguardo perso, giovani in cerca di una direzione. Li chiamarono penitenti, ma nessuno di loro si sentiva tale: erano solo persone che speravano.
E la speranza, quando cresce senza misura, cambia forma.
Si parlò di segni, di oggetti benedetti, di promesse sussurrate. Ogni parola diventava certezza, ogni gesto rivelazione. La grotta, che per secoli era stata rifugio e memoria, si caricò di un’energia nuova e inquieta. La fede non chiedeva più silenzio, chiedeva risposte immediate.
La Chiesa intervenne. Lo fece con fermezza, ma anche con preoccupazione. Sant’Oronzo – si disse – non parla attraverso l’esaltazione, non sceglie intermediari improvvisati. La devozione ha bisogno di misura, non di clamore. Ma il richiamo arrivò quando l’onda era già alta.
Quando entrarono in scena anche le autorità civili, la vicenda aveva ormai assunto i contorni di un caso pubblico. Si indagò, si interrogò, si cercò di riportare ordine. Oronzo De Carolis non venne mai smascherato come impostore. Non c’era inganno consapevole nelle sue parole. C’era, piuttosto, una fede portata al limite, divenuta specchio di un’intera comunità.
Poi, lentamente, tutto si spense. Le notti alla grotta tornarono silenziose. Le voci si affievolirono. La storia scivolò ai margini, dove restano le cose scomode da ricordare.
Oggi resta una stele, all’ombra dei cipressi del cimitero di Turi. Non racconta miracoli né condanne. Ricorda soltanto che, in un tempo difficile, un paese cercò Sant’Oronzo con troppa urgenza, e trovò se stesso.
Perché la vicenda di Oronzo De Carolis non parla solo di visioni. Parla di paura, di speranza, di un confine fragile tra fede e bisogno. Ed è proprio lì, in quel confine, che la storia continua a interrogarci.
Crediti e riferimenti
Testo e ricerca storica: Giovanni Lerede
Fonti: – Lia Daddato, studi su Utriculus e Il Paese
– Archivio Diocesano di Conversano-Monopoli
– Atti prefettizi e documenti dei Carabinieri di Bari
– Archivio della Chiesa di Sant’Oronzo, Turi
Pubblicazione di riferimento:Il Paese, n. 332 – agosto 2025


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