Turi, il luogo dove Gramsci imparò a resistere con le parole
- Turi BorgoAntico
- 2 giorni fa
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Ci sono città che non compaiono nei documenti anagrafici, ma restano incise nella vita di un uomo come una seconda patria silenziosa. Turi è una di queste. Qui Antonio Gramsci non nacque, non scelse di vivere, non ebbe mai una residenza ufficiale. Eppure, tra queste mura, imparò a resistere nel modo più radicale: pensando e scrivendo.
Il 19 luglio 1928, dopo una traduzione estenuante durata oltre quindici giorni, Gramsci varcò la soglia del Carcere di Turi. Fu registrato con il numero di matricola 7047. Il suo corpo era già fragile, la salute compromessa, ma la mente restava vigile. A Turi sarebbe rimasto fino al 19 novembre 1933, quando venne trasferito in condizioni ormai disperate. In quei cinque anni, Turi divenne il luogo della prova e della trasformazione.
La cella come spazio del pensiero

La cella del carcere non era solo un luogo di reclusione. Era uno spazio di concentrazione assoluta, dove il tempo si dilatava e la solitudine diventava strumento. Nel febbraio del 1929, inizia qui la stesura dei “Quaderni del carcere”. Gramsci scrive in silenzio, con disciplina, affrontando una vita monotona e faticosa, resa ancora più dura dalle condizioni di salute e dalle regole carcerarie.
La luce restava accesa anche di notte. Il sistema nervoso ne uscì profondamente provato. Eppure, giorno dopo giorno, Gramsci continuava a studiare, a leggere più volumi contemporaneamente, a copiare testi, a riflettere. Proprio a Turi vennero redatti i quaderni 7, 8 e 39, parte essenziale di un’opera che sarebbe diventata un classico del pensiero politico del Novecento, riconosciuto in tutto il mondo.
Accanto ai Quaderni, prendevano forma le lettere dal carcere, indirizzate alla moglie Giulia, alla madre e soprattutto alla cognata Tatiana Schucht, vero filo umano che lo teneva legato alla vita esterna.
Tatiana Schucht: la presenza che non fa rumore
Tatiana arrivava a Turi senza clamore. Tra il 1929 e il 1933 soggiornò più volte nel paese, alloggiando nella locanda di Lauretta, nei pressi di Porta Nuova. Era una presenza discreta, osservata con rispetto dalla comunità locale. Camminava per le strade del paese, parlava con gli albergatori, con la gente semplice, con chi l’avrebbe poi ricordata come “la signorina”.
Stabilì un rapporto umano profondo con Laura e i coniugi Martinelli, proprietari della locanda, e con Oronzo Massaro, che ne tramandò il ricordo. Tatiana non parlava quasi mai apertamente del motivo della sua permanenza a Turi, ma tutti sapevano. Era lì per Gramsci. Era lì per sorreggerlo.
In quella quotidianità fatta di attese, di visite, di piccoli gesti, Tatiana divenne parte integrante del tessuto umano del paese. Turi la accolse senza domande, con una naturalezza che ancora oggi racconta molto del suo carattere.

Voci dal carcere: chi vide, chi custodì
Molto di ciò che sappiamo oggi di Gramsci a Turi proviene dalle testimonianze di chi lo incontrò davvero. Vito Semerano, guardia carceraria, ricordava un uomo segnato nel corpo ma lucidissimo nella mente. Raccontava delle notti insonni, della luce sempre accesa, delle sofferenze fisiche che non gli impedivano di scrivere.
Semerano custodì i quaderni, li fece depositare in magazzino per evitare che venissero sequestrati durante le perquisizioni. Gramsci consumava un quaderno al mese. Alla sua partenza da Turi, vennero riempite quattro casse di libri e manoscritti.
Accanto a lui, Vito Lestingi, appuntato del carcere, e le testimonianze raccolte dal prof. Nanni Masi e dal giornalista Domenico Zucaro, hanno permesso di restituire un ritratto autentico e umano di quegli anni. Non un’icona, ma un uomo che resisteva giorno dopo giorno, affidando alla scrittura la propria sopravvivenza.

Un’appartenenza senza documenti

Gramsci non è mai stato cittadino di Turi. Eppure, a distanza di decenni, la città conserva la sua presenza come un’eredità viva. La cella è ancora lì. Le strade percorse da Tatiana esistono ancora. I nomi di chi lo ha incontrato continuano a essere pronunciati.
Come scrive Raffaele Valentini, «non è certo un cittadino di Turi, ma è come se fosse stato uno di noi». È un’affermazione che non chiede riconoscimenti formali, ma memoria. Perché alcune appartenenze non si scrivono nei registri: si custodiscono nel tempo.
Crediti, fonti e riferimenti
Testo originale e rielaborazione narrativa: Raffaele Valentini, il paese, n. 329 – aprile 2025.
Fonti bibliografiche:
Aldo Molti, Antigone e il prigioniero, Ed. Riuniti, 1991
Domenico Zucaro, l’Unità, 27 aprile 1950
Don Pasquale Pirulli, Il paese, n. 252, febbraio/marzo 2017
Don Vito Ingellis, Turi – Chiesa Madre, n. 15, 1975
Italo Palasciano, Massaro e la cognata di Gramsci, l’Unità, 1 maggio 1967
Raffaele Valentini, Il paese, n. 252, febbraio/marzo 2017
Fotografie:
La cella del Carcere di Turi
Ritratti storici di Antonio Gramsci e Tatiana Schucht





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