Dietro le grate, la vita
- TuriBorgoAntico

- 2 feb
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Monache, peste e povertà nel cuore del Seicento pugliese

Dietro le grate del monastero di Santa Chiara a Turi, la vita non si spegne: si restringe, si consuma, resiste. Nel Seicento pugliese, segnato da carestie, epidemie e instabilità economica, la clausura delle Clarisse diventa una soglia definitiva tra il mondo e la sopravvivenza quotidiana. Le fonti parlano di un tempo duro, attraversato da mortalità continue, contagi e pessime raccolte, che riducono drasticamente la popolazione e impoveriscono le rendite del monastero.

La “Santa Visita” del 1659, condotta per conto del vescovo di Conversano, restituisce un quadro severo e privo di indulgenza: entrate scarse, conti non chiari, molte rendite perse o invisibili, debiti accumulati nel tempo. Il monastero risulta gravato da obblighi economici superiori alle sue possibilità, mentre le monache faticano a sostenere una vita già segnata da rinunce estreme.
Le parole delle badesse, riportate nei documenti, sono dirette e senza retorica. Il vitto, un tempo più regolare, viene drasticamente ridotto: il pane passa da più razioni settimanali a poche porzioni misurate, il vino scompare, la fame diventa compagna quotidiana. «Quando prima era comodo mattina e sera – si legge nelle testimonianze – oggi quello della mattina assoluto basta per un uccello».

La penitenza non è più scelta spirituale, ma necessità imposta dalle circostanze.
La vita interna al monastero segue rigidamente la Regola. Le notti trascorrono al buio per risparmiare l’olio; il silenzio governa il coro, il dormitorio, il refettorio. Le cariche di governo – Badessa, Vicaria, Celleraria, Infermiera, Portinaia – si alternano secondo cicli stabiliti, ma il peso della gestione grava su corpi provati dalla malattia e dalla malnutrizione. I rapporti con l’esterno sono minimi: lettere controllate, doni rari e di modesto valore, nessun circuito stabile di aiuti.
Nel 1659 il monastero conta 39 religiose, tra monache professe, converse ed educande. L’ingresso in clausura richiede doti elevate, tra i 300 e i 350 ducati, che molte famiglie non riescono a garantire. Alcune giovani entrano senza dote, altre vedono ipotecati i beni dei parenti; altre ancora restano sospese in una condizione di precarietà che riflette fedelmente quella del borgo di Turi, definito dalle fonti coeve “piagnucoloso e poverissimo”.
Eppure, dietro quelle grate, la vita continua. Nonostante la fame, i debiti, la paura della morte e il peso della clausura, le monache resistono. Pregano, amministrano, custodiscono. Il monastero diventa così uno spazio di resistenza silenziosa, dove la privazione si trasforma in permanenza e il silenzio in testimonianza storica.
Crediti
Testo e ricerca storica: Giovanni Lerede
Pubblicazione originale: il paese, n. 311, aprile 2023 – Inserto storico
Fotografie: Giovanni Palmisano
Fonti bibliografiche
Don Pasquale Pirulli, La fondazione e il patrimonio del Monastero di Santa Chiara in Turi, in «Sulletracce», nn. 5/2002 – 6/2003 – 7/2004, Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.
Don Pasquale Pirulli, Esiti della prima visita pastorale di Mons. Pietro Capuilli, Vescovo di Conversano (1606), in «Sulletracce», n. 8/2005.
Don Pasquale Pirulli, La visita di Monsignor Palermo alla Chiesa di Turi nel 1659, in «Sulletracce», n. 12/2011.
Don Pasquale Pirulli, Le Monache di Santa Chiara. Storie di malattie e di medicine oltre la grata della clausura, in «Sulletracce», n. 13/2014.
Matteo Pugliese, Patrimonialismo domestico e prodromi solidaristici nei benefici e patronati laici di Turi (secoli XVI–XIX), in «Sulletracce», n. 1/1988.
Cesare Romanazzi, Il testamento di Santo Cavallo, in «Sulletracce», n. 8/2005.
Giovanni Boraccesi, La Chiesa di Santa Chiara a Turi, in «Fogli di periferia», anno VI, n. 1, 1994.


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