Accòme a li óve d’i móneche
- TuriBorgoAntico

- 6 giorni fa
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C’è sempre qualcuno, in paese, che le cerca così: perfette. Le vuole fresche, grosse, a buon prezzo… e già che ci siamo pure con due tuorli, ché non si sa mai. E allora parte quella frase che non è solo un modo di dire, ma una piccola sentenza popolare: “accòme a li óve d’i móneche”. Non serve spiegare altro, perché dentro ci sta già tutto — il sorriso, l’ironia, e pure una certa presa in giro bonaria verso chi dalla vita pretende troppo e troppo bene insieme.

Nelle mattine di una volta, tra cassette di legno e mani ancora sporche di terra, le uova non erano tutte uguali e non lo sarebbero mai state. Quelle buone si riconoscevano subito: pesavano di più, avevano il guscio vissuto, raccontavano la gallina, il cortile, il giorno prima. Ma proprio per questo avevano un valore. Nessuno si sognava di chiedere il meglio al prezzo più basso, perché il meglio — quello vero — costava fatica, tempo, stagione. Eppure, ogni tanto, arrivava qualcuno con l’aria di chi voleva fare l’affare della vita. E lì scattava la risposta, precisa come un colpo di forbice: “eh, mò… accòme a li óve d’i móneche!”

Poi c’è quell’altra storia, più dolce, quasi sussurrata: le spose che portavano una dozzina di uova fresche alle monache di clausura, come si porta qualcosa di buono a chi custodisce il silenzio e la preghiera. Non era solo un dono, era un gesto carico di senso — fertilità, abbondanza, inizio. E da quelle uova, semplici e preziose insieme, nascevano dolci che ancora oggi sembrano sospesi tra terra e cielo, come le Tette delle monache, così leggere da sembrare impossibili, ma fatte con ingredienti veri, senza scorciatoie.
E allora il punto è tutto qui: le uova delle monache non sono mai esistite davvero, almeno non come le immaginiamo quando le pretendiamo perfette in ogni cosa. Esistono invece come idea, come misura mancata, come piccolo avvertimento travestito da battuta. Perché la verità, quella che si imparava senza bisogno di dirla troppo forte, è che non si può avere tutto insieme — qualità, abbondanza e risparmio — senza perdere qualcosa per strada. E forse è proprio questo il senso più profondo della frase: ricordarci, con leggerezza, che la vita non è un mercato dove prendere sempre il meglio al prezzo più basso, ma un equilibrio fatto di scelte, rinunce e, ogni tanto, anche di saper dire “va bene così”.
Fonti
Tradizione orale turese e raccolte sul dialetto locale di Raffaele Valentini
Riscrittura narrativa: Miriam Valentini


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