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Il fuoco che univa il paese

Ricordi intorno alle fanòve di San Giuseppe




C’è stato un tempo in cui il silenzio della sera non era vuoto, ma pieno di voci. Un tempo in cui le strade del centro storico non conoscevano traffico, ma solo il rumore dei giochi dei bambini, le risate che rimbalzavano tra le pietre e le voci che riempivano il paese.

Era marzo. E nell’aria c’era già qualcosa che sapeva di primavera.

Le nonne sedevano fuori dalle porte di casa, con le sedie basse e lo scialle sulle spalle. Le mani non stavano mai ferme: lavoravano a maglia, oppure sbucciavano lentamente le fave secche con la rengèdde, quel piccolo coltello consumato dall’uso, passato di generazione in generazione. Intanto parlavano. Raccontavano. Custodivano il tempo.

I bambini giocavano lì accanto, tra una corsa e una caduta, tra un richiamo e una carezza. Il paese era tutto lì, raccolto nello spazio di una strada.

Poi arrivava il 19 marzo.

E la sera cambiava volto.

Le strade si accendevano di piccoli fuochi: le fanòve. Non erano grandi falò spettacolari, ma fuochi veri, familiari, costruiti con la legna di casa, con quella portata dai vicini, con ciò che c’era. Ogni fuoco aveva una storia, una famiglia.

Ci si sedeva intorno. E il tempo rallentava.

Le fiamme crepitavano piano, illuminando i volti. Si parlava del raccolto che sarebbe venuto, delle ciliegie che avrebbero colorato la stagione, delle giornate di lavoro nei campi. Si condividevano pensieri semplici, ma essenziali.

Nella cenere calda si mettevano le uova. Accanto, un piccolo pignatello con le fave iniziava a sobbollire lentamente.

E si aspettava, aspettare era parte del rito.

Secondo un’antica usanza, tramandata senza libri ma solo attraverso le parole, si accendevano quei fuochi per San Giuseppe. Si diceva che, quella notte, il santo passasse di casa in casa a cercare un po’ di brace per riscaldare il Bambinello e la Madonna.

E allora era importante che il fuoco ci fosse. Che fosse vivo. Che fosse pronto.

Era un gesto di fede, ma anche di accoglienza.Un modo per dire: qui puoi fermarti.

La notte diventava un cammino.

Si usciva e si girava il paese, da una fanòva all’altra, come in un piccolo pellegrinaggio domestico. Ogni sosta era un incontro, ogni fuoco una storia, ogni volto una relazione che si rinnovava.

Ci si fermava, si parlava, si rideva. Ci si aggiornava, come si diceva allora.

Non c’era fretta di tornare.


E quando la sera si faceva più profonda, quando il freddo tornava a farsi sentire tra le pietre, si compiva un ultimo gesto.

Ci si divideva “il fuoco di San Giuseppe”.

Un pezzo di brace, custodito con cura, portato a casa come segno. Non solo per scaldare, ma per continuare quel filo invisibile che univa le persone, le famiglie, il paese intero.

Si rientrava così. Con le mani tiepide e il cuore pieno.

Ricchi non di ciò che si possedeva, ma di ciò che si era condiviso.

Ma quei fuochi, un tempo, non illuminavano solo le strade.

Illuminavano le relazioni. E scaldavano qualcosa che non si vede, ma che resta.

Oggi di quelle fanòve resta appena un segno: un unico fuoco acceso per rappresentanza, memoria più che abitudine, eco lontana di una tradizione che un tempo apparteneva a tutti e che oggi sopravvive come racconto.



Fonti e Crediti

Testimonianze orali della Sig.ra Rosa Arrè

Articolo redatto da Miriam Valentini

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