Quando arriva la papagna
- TuriBorgoAntico

- 3 giorni fa
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Un'antica parola che a Turi profuma ancora di campagna e tradizioni

Nel dialetto turese esistono termini che sembrano semplici, quasi banali, eppure custodiscono storie sorprendenti. Sono parole nate dalla vita quotidiana, dal lavoro nei campi, dalle abitudini delle famiglie e da quel sapere popolare che per secoli è stato tramandato senza libri, ma attraverso i racconti degli anziani.
Una di queste è senza dubbio la papagna.
A Turi basta sentirla nominare per capire immediatamente di cosa si parla.
«Me stè vvène la papàgne.»
Tradotto: mi sta arrivando un sonno irresistibile.
Lo si dice dopo un pranzo abbondante della domenica, nelle calde giornate estive o quando le palpebre iniziano a pesare più del dovuto. Ma pochi sanno che dietro questa parola così familiare si nasconde una storia antica, fatta di campagna, rimedi popolari e leggende tramandate sottovoce.
La papagna, infatti, era il nome dialettale del papavero da oppio, una pianta che per secoli ha accompagnato la vita delle comunità rurali del Sud Italia. Le nonne e le bisnonne ne conoscevano le proprietà calmanti e preparavano infusi utilizzati per alleviare dolori, tosse e insonnia.
Attenzione: non stiamo parlando di magie o stregonerie, ma di una conoscenza popolare nata dall'osservazione della natura e tramandata da una generazione all'altra.
Con il passare degli anni la pianta è quasi scomparsa dalla vita quotidiana, ma il suo ricordo è rimasto custodito nella lingua.
E così la papagna è diventata il sonno stesso.
Non il semplice dormire, ma quella piacevole sensazione di torpore che arriva lentamente, come una coperta invisibile che si posa sugli occhi.
Nella fantasia popolare si raccontava persino che un tempo qualche goccia di papagna venisse usata per far dormire i bambini mentre gli adulti lavoravano nei campi. Vere o esagerate che siano, queste storie fanno ormai parte del patrimonio di racconti che accompagnano la memoria contadina.
Esisteva persino il verbo appapagnarsi.
Chi era distratto, lento nei movimenti o con la testa fra le nuvole veniva subito preso in giro:

«Ma ce te sì' appapagnète?»
Come a dire: ti sei addormentato in piedi?
La cosa più curiosa è che oggi moltissimi turesi continuano a usare questa parola senza aver mai visto una pianta di papagna in vita loro.
Eppure basta pronunciarla per evocare immediatamente qualcosa di familiare: il profumo del pranzo della nonna, il caldo pomeriggio d'estate, le sedie fuori dalla porta, il silenzio delle campagne e quel momento in cui il tempo sembra rallentare.
Forse è proprio questo il bello del dialetto.
Con una sola parola riesce a raccontare un mondo intero.
E quando qualcuno, dopo una tavolata di trònere, focaccia e ciliegie, sussurra sorridendo «Me stè vvène na papàgne», non sta semplicemente dicendo che ha sonno.
Sta inconsapevolmente riportando in vita un piccolo frammento della storia di Turi.
Articolo a cura di Miriam Valentini



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