Tra luce e sacrificio: la Natività e la Crocifissione di Samuele Tatulli nella Chiesa delle Clarisse di Turi
- TuriBorgoAntico

- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 30 dic 2025
C’è un silenzio speciale che abita la Chiesa delle Clarisse di Turi. È un silenzio fatto di luce e ombra, di nascita e di morte, di attesa e di compimento. Ai lati della navata unica, come due pagine di uno stesso racconto sacro, si fronteggiano la Natività con San Marco e la Crocifissione, due tele attribuite al pennello sensibile e inquieto di Samuele Tatulli (1754 – doc. 1826), pittore pugliese la cui figura emerge lentamente dal tempo grazie alla paziente opera della critica.
Come scriveva Giovanni Boraccesi nel 1994, Tatulli è una di quelle personalità artistiche «le cui vicende, sebbene ancora oscure, vanno sempre più delineandosi per i continui contributi offerti dalla critica». Fu lo stesso Boraccesi, attraverso studi pubblicati sulla rivista Fogli di periferia e grazie a un preciso riferimento archivistico – il Notamento del sindaco Lomastro del 1811 – ad attribuire per la prima volta al pittore di Palo del Colle (e non di Conversano, come spesso erroneamente riportato) le due tele oggi conservate a Turi.
Tatulli, artista prolifico e itinerante, ha lasciato tracce del suo lavoro in numerosi centri tra Puglia e Basilicata – da Ferrandina a Bari, da Rutigliano a Oria – coprendo un arco creativo che va dal 1781 al 1826. A Turi, oltre alle due opere delle Clarisse, realizzò anche altri dipinti oggi perduti, custoditi un tempo nelle cappelle di San Giuseppe e di Sant’Oronzo, testimonianza di una presenza artistica intensa e ormai frammentaria.

Nella Crocifissione, la scena del Golgota si carica di un dolore composto e straziante. Il corpo del Cristo, sospeso e ormai stremato, inclina la croce come se volesse avvicinarsi alla Madre, che occupa lo spazio a sinistra della tela. Tra loro si consuma un dialogo muto, fatto di sguardi e di gesti spezzati. Maria Maddalena, in ginocchio, si aggrappa ai propri capelli come a un’ultima àncora contro la disperazione, mentre Giovanni, nell’ombra, stringe le mani in un dolore trattenuto. Sullo sfondo, un cielo greve di tempesta è appena rischiarato da un gruppo di angeli, fragile promessa di redenzione.
Tatulli orchestra la composizione con contrasti cromatici decisi: il blu del manto mariano, il giallo e il bianco della Maddalena, il rosso e il verde di Giovanni. Tutto ruota intorno al corpo martoriato del Cristo, vero fulcro emotivo della scena, esaltato dal panneggio bianco che cattura lo sguardo e lo conduce al cuore della tragedia.
La tela porta ancora le ferite del crollo del marzo 1949, quando la volta della chiesa collassò, segnando irreversibilmente molte opere. Il restauro promosso dall’allora soprintendente Schettini ha restituito dignità e leggibilità al dipinto, senza cancellarne del tutto le cicatrici, che oggi appaiono come memoria visibile del tempo e della fragilità.

Di fronte, la Natività con San Marco racconta l’inizio. Qui la luce è più tenera, ma non meno intensa. La Sacra Famiglia è arretrata, quasi raccolta, mentre in primo piano si staglia la figura imponente dell’evangelista Marco, avvolto in una tunica verdastra, accompagnato dal leone, suo attributo iconografico. È lui, spettatore silenzioso, a registrare con la piuma bianca la “buona notizia” di un Dio che si fa uomo.
La scelta di San Marco nella scena della Natività sorprende e interroga: il suo Vangelo, infatti, è l’unico a non narrare la nascita di Gesù. Una forzatura teologica, forse, legata alle richieste della committenza o a una particolare devozione locale, che Tatulli accoglie trasformandola in potente simbolo visivo.
Il Bambino è il centro vitale della composizione: Maria lo sostiene e lo indica con lo sguardo, Giuseppe dialoga con i visitatori, i pastori adorano, gli angeli volteggiano, e tutto sembra muoversi in un vortice armonioso che trova nel neonato la propria energia. Un dinamismo circolare, accentuato dai panneggi, dai colori accesi e dagli intrecci di sguardi, che rende la scena viva, pulsante, profondamente umana.
Così, nella Chiesa delle Clarisse, Tatulli racconta l’intero arco dell’esistenza di Cristo: dalla luce della nascita all’ombra della croce. Due tele che non sono solo opere d’arte, ma pagine di una meditazione visiva, ancora oggi capaci di parlare al cuore di chi si ferma ad ascoltare.
Fonti e credits
Testo rielaborato da: articolo originale di Giovanni Lerede, pubblicato il 09/03/2023, giornale "Il Paese" sezione Cultura.
Citazioni critiche: Giovanni Boraccesi, studi su Samuele Tatulli, Fogli di periferia, 1994.
Crediti fotografici: foto di Giovanni Palmisano.


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