Cazzacàrne
- TuriBorgoAntico

- 26 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Una parola che a Turi non è un'offesa, ma quasi un attestato di stima

Seduti fuori dalla porta di casa, nelle sere d'estate, gli anziani di Turi osservavano il mondo passare lentamente. Bastava poco per commentare una persona: un gesto, una risposta pronta, il modo di affrontare una difficoltà o di uscire da una situazione complicata.
E quando qualcuno riusciva a cavarsela dove altri si sarebbero fermati, capitava di sentire una frase che oggi strappa ancora un sorriso:
«Cùdde iè nu cazzacàrne.»
A chi non è del posto la parola può sembrare ruvida, quasi aggressiva. Eppure, nel linguaggio popolare turese, spesso nascondeva una sfumatura completamente diversa.
Non era il giudizio rivolto a una persona sciocca.
Non era una presa in giro.

Era piuttosto il riconoscimento di un carattere.
Perché il cazzacàrne era quello che non si lasciava intimidire facilmente dalla vita.
Era il ragazzo che da bambino smontava tutto per capire come funzionasse, salvo poi provare a rimontarlo a modo suo. Era quello che trovava una soluzione quando mancavano i mezzi, che inventava una scorciatoia quando la strada sembrava troppo lunga, che riusciva sempre a tirarsi fuori dagli impicci con un misto di coraggio, intuizione e ostinazione.
Nella Turi contadina di un tempo queste qualità avevano un valore enorme.
Le giornate non seguivano l'orologio, ma le stagioni. Il raccolto poteva andare bene oppure essere distrutto da una grandinata improvvisa. Un attrezzo si rompeva e bisognava ripararlo. Un problema si presentava e non c'era nessuno a cui delegarlo.
Bisognava trovare il modo.
Sempre.
Forse è proprio in quel mondo che è cresciuta la figura del cazzacàrne.
Una persona che non aspettava che qualcuno arrivasse a salvarla, ma che si metteva in movimento. Non necessariamente il più forte del paese, né il più ricco o il più istruito. Piuttosto quello che possedeva una qualità difficile da spiegare ma facilissima da riconoscere: la capacità di affrontare ciò che arrivava.

Ecco perché, ancora oggi, quando un anziano definisce qualcuno un cazzacàrne, raramente c'è cattiveria nelle sue parole.
C'è piuttosto il riconoscimento di una certa stoffa umana.
Quella di chi non si arrende facilmente.
Di chi sa prendere decisioni.
Di chi non resta immobile ad aspettare che siano gli altri a risolvere le cose.
In fondo ogni comunità ha avuto i suoi cazzacàrne.
Persone che hanno aperto attività quando sembrava impossibile, che hanno attraversato momenti difficili senza perdere il sorriso, che hanno costruito qualcosa partendo da poco o da nulla. Donne e uomini che non hanno mai avuto paura di mettersi in gioco.
Forse è per questo che la parola è sopravvissuta al passare delle generazioni.
Perché non descrive soltanto una persona.
Descrive un modo di stare al mondo.
E in un paese come Turi, dove il carattere ha sempre contato quasi quanto il talento, essere chiamato cazzacàrne poteva valere molto più di un semplice complimento.
Articolo a cura di Miriam Valentini




Commenti