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Quando il tempo prende forma: la torre di San Giovanni e la misura di un paese

Il tempo, a Turi, smette di essere soltanto un susseguirsi di ore quando perde il suo punto di riferimento. Il vecchio orologio di via Sedile, ormai muto e distante dal cuore pulsante del paese, diventa il simbolo di un’assenza: non segna più, non guida, non rappresenta. E allora la questione non è più tecnica, ma profondamente identitaria. Dove si colloca il tempo di una comunità? E in quale forma può raccontarla?



Alla fine dell’Ottocento, questa domanda attraversa il Consiglio comunale, entra nei dibattiti, si insinua tra le carte e le perizie. Il sindaco Nicola Orlandi lo dice chiaramente: un paese civile ha bisogno di un’opera utile, ma anche decorosa, capace di appartenere a tutti. L’idea iniziale guarda al Palazzo Municipale, immaginando un orologio che si integri alla sua architettura, quasi a voler fissare il tempo dentro il luogo delle decisioni. Ma tra progetto e realtà si apre una frattura fatta di limiti economici, revisioni tecniche e ripensamenti.

Il nome dell’architetto Sante Simone emerge come una presenza costante, chiamato a dare forma a questa visione. Il suo progetto per la celletta dell’orologio segue un ordine preciso, una linea che guarda all’equilibrio e alla misura. Eppure, proprio quando tutto sembra trovare una direzione, la materia stessa si oppone: le murature non reggono, la struttura si rivela fragile, costruita con pietre che non dialogano tra loro. Il peso del tempo, letteralmente, non può essere sostenuto.

Da qui nasce uno dei passaggi più delicati della vicenda. Accuse pubbliche, lettere difensive, responsabilità che si rincorrono tra tecnici e amministratori. Simone si difende, chiama in causa informazioni errate, rivendica la necessità di interventi più solidi. Propone soluzioni che sono insieme tecniche ed estetiche: pilastri di rinforzo, un arco che dia respiro e imponenza alla facciata. Ma ogni scelta ha un costo, e ogni costo riapre la discussione.

Nel frattempo il tempo resta sospeso, senza casa.


Il 1891 segna una svolta che ha il sapore delle intuizioni semplici e decisive. Non più adattare l’orologio a un edificio esistente, ma costruirgli attorno un luogo proprio. Nasce così l’idea della torre civica al Largo San Giovanni, accanto all’ex chiesa dei Francescani, in una posizione che guarda insieme alla piazza e alla villa comunale. È una soluzione che libera tutti dall’impasse, ma soprattutto restituisce al tempo una centralità visibile, accessibile, condivisa.

La gara d’appalto riporta in scena rivalità e consuetudini antiche: candele che si consumano mentre si attende l’offerta migliore, nomi che si sfidano ancora una volta. E alla fine è Schettini a prevalere, mentre Sante Simone resta il progettista, a testimonianza di una continuità che supera le polemiche.

Nel 1892 la torre viene inaugurata. Non è soltanto una struttura elegante, definita tra le più belle della Terra di Bari. È qualcosa di più sottile e duraturo: è il punto in cui una comunità ha deciso di riconoscersi, di darsi una misura comune, di trasformare un problema tecnico in un gesto collettivo.

Da quel momento, ogni rintocco non segna soltanto il passare delle ore. Tiene insieme passato e presente, errori e intuizioni, fragilità e visioni. E ricorda, con discrezione, che anche il tempo, per esistere davvero, ha bisogno di un luogo in cui essere guardato.


Articolo tratto da un inserto de “Il Paese”, scritto da Giovanni Lerede e adattato da Miriam Valentini

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