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La Croce, dove il paese si ferma e ricorda

Racconto di una soglia di pietra lungo via Rutigliano


Chi arriva a Turi da via Rutigliano incontra, quasi senza accorgersene, un luogo che per secoli ha insegnato al paese il senso del passaggio. È la grande edicola votiva del Calvario, che tutti chiamano semplicemente la Croce. Non è solo un segno di devozione: è una presenza silenziosa che racconta la storia di chi entra, di chi esce, di chi resta nella memoria.

Un tempo segnava il limite del paese verso settentrione. Oltre quel punto si lasciavano le case e le voci familiari; davanti a quella soglia si tornava a casa. Oggi la Croce è circondata da palazzi e abitazioni, inglobata nel tessuto urbano, ma il suo significato profondo non è cambiato. È ancora il luogo in cui il paese dei vivi incontra quello dei morti: davanti a essa passano i defunti prima dell’ultimo viaggio verso il camposanto, come avviene da generazioni.

La Croce è stata ed è una porta, nel senso più antico del termine. Porta simbolica, prima ancora che architettonica. E forse per questo il rione che le è cresciuto intorno ne ha preso il nome, riconoscendola come centro, riferimento, radice comune.



Una storia scritta nella pietra e nel tempo


L’edicola votiva, costruita con ogni probabilità alla fine dell’Ottocento, non ha conosciuto grandi trasformazioni nel corso degli anni. Qualche intervento alla pavimentazione, alle coloriture interne, alla copertura. Nulla che ne alterasse l’anima. Il cambiamento più profondo arrivò negli anni Trenta del Novecento, quando il tempietto venne demolito e ricostruito con la tecnica dell’anastilosi.

Prima di allora, la Croce guardava altrove: era ruotata di 90 gradi, con l’ingresso disposto parallelamente alla nuova via per Rutigliano e il prospetto laterale rivolto verso il centro abitato. Solo più tardi, con la sistemazione delle vie De Donato Giannini e Masi e la creazione della piazza antistante, l’edicola venne nuovamente ruotata e arretrata di alcuni metri, fino ad assumere l’orientamento attuale, con la facciata rivolta al paese, quasi a volerlo accogliere e proteggere.


Il restauro e il cuore del rione


Nel 1994, grazie alla volontà condivisa dell’allora parroco di San Giovanni don Lorenzo Renna, dell’architetto Giuseppe Giannini e dei parrocchiani, la Croce fu restaurata. Non si trattò solo di un intervento conservativo: il tempietto, in stile neogotico, tornò a essere punto focale del rione che nel frattempo si era sviluppato intorno, senza esserne soffocato, ma anzi riconosciuto come presenza identitaria.

Il grande arco a sesto acuto, le paraste laterali sormontate da lanternini, richiamano i portali delle cattedrali e i cibori gotici. Un linguaggio colto, tradotto però con semplicità e maestria dalle mani di anonimi scalpellini locali, capaci di trasformare la pietra in racconto.


Un luogo che chiede ancora ascolto


A distanza di oltre quindici anni da quell’intervento, la Croce sembra oggi chiedere qualcosa in più: non un restauro urgente, ma uno sguardo nuovo. Lo slargo che la precede, oggi semplice crocicchio veicolare, potrebbe diventare il vero centro del rione, uno spazio urbano riconoscibile, degno di un nome che già porta in sé: piazza della Croce.

Perché questa edicola votiva non è solo un manufatto religioso. È una quinta scenografica, una memoria collettiva, una soglia che continua a raccontare il paese a chi sa fermarsi ad ascoltare. E finché la Croce resterà lì, Turi non smetterà di ricordare da dove viene.


Fonti e crediti

Testo rielaborato fedelmente dall’articolo originale di Giovanni Lerede, Edicola votiva di via Rutigliano. Portale d’ingresso al rione della Croce.

Fotografie: Giovanni Palmisano.

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