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Volti di pietra contro il male: le maschere apotropaiche di Turi


A Turi, scolpite nella pietra e affidate al tempo, resistono ancora oggi circa trenta maschere apotropaiche. Non sono molte e non comprendono raffigurazioni di animali né volti zoomorfi: si tratta esclusivamente di volti umani, collocati nei punti più delicati e simbolici dell’abitare quotidiano. Le si incontra sulle chiavi degli archi, sui batacchi dei portoni, sulle lunette a raggiera, sugli anelli destinati a legare il bestiame. Sono lì, sulle soglie, a presidiare il confine tra dentro e fuori, tra sicurezza e minaccia.


Queste maschere fanno parte di un vastissimo repertorio di simboli, oggetti e amuleti che, fin dall’antichità, hanno costituito nell’immaginario popolare uno scudo contro gli spiriti avversi. Alla base vi era una convinzione profonda, alimentata dalla paura e dalla suggestione: l’esistenza di esseri invisibili capaci di influenzare il naturale corso della vita, tanto in senso positivo quanto negativo.

Tra le superstizioni più ricorrenti vi era quella del malocchio, inteso come la capacità di emettere influssi negativi attraverso la forza dello sguardo. Contro questo potere, ritenuto subdolo e pericoloso, l’uomo ha sempre cercato difesa nei simboli. Le maschere apotropaiche rispondevano a questa esigenza: non decorazioni, ma strumenti di protezione, capaci di respingere il male e rimandare il maleficio al suo stesso destinatario.


Turi offre maschere particolarmente caratteristiche nel loro genere. I volti sono spesso terrificanti, segnati da sguardi magnetici e da una mimica esasperata: bocche spalancate, tratti grotteschi, espressioni beffarde o caricaturali. È proprio questa deformazione a renderle efficaci, secondo la credenza popolare: spaventare il male prima ancora che esso potesse agire.

Tra gli esempi più significativi si riconoscono singolari coppie di ritratti, interpretate come le effigi dell’ipotetico proprietario di casa e della moglie; un esempio di insegna di bottega di un fabbro risalente al 1922; teste di giovani donne dai lunghi capelli che decorano le sommità di porte e finestre; volti maschili dall’espressione burlesca; teste di leoncini dalle fattezze umane. Queste ultime rappresentano l’unica testimonianza visiva di ciò che anticamente veniva chiamato “gùra”: la testa spaventosa, destinata soprattutto a incutere timore ai bambini.



Senza contare, infine, le varianti a tema angelico che decorano le cappelle del Cimitero comunale, dove la funzione apotropaica si manifesta in una forma più composta, ma non meno simbolica. Anche qui, la scultura non è semplice ornamento: è presidio, custodia, protezione dell’anima e del luogo.

Il periodo di maggiore diffusione di queste maschere a Turi risale in gran parte agli anni Dieci e Venti del Novecento. Nessuna di esse reca la firma dell’autore, ma ciascuna, pur nella varietà delle forme, rivela tratti stilistici ricorrenti che lasciano supporre l’intervento della mano di uno stesso maestro.




Oggi, purtroppo, soltanto una minima parte di queste maschere è relativamente ben conservata. La restante parte è segnata da un progressivo stato di degrado che, con il tempo, rischia di compromettere seriamente l’esistenza di queste piccole ma preziose testimonianze storiche. Con esse rischia di svanire non solo un patrimonio artistico, ma anche una parte intima dell’immaginario collettivo del paese.

Le maschere apotropaiche di Turi non sono soltanto volti scolpiti nella pietra. Sono racconti silenziosi di paura e di difesa, di credenze tramandate, di un dialogo costante tra visibile e invisibile. Ancora oggi, immobili sulle soglie, continuano a svolgere il loro antico compito: vegliare.


Fonti e crediti

Articolo originale: Pamela Luisi, Maschere apotropaiche. Uno scudo contro gli spiriti avversi

Fotografie: Maschere apotropaiche di Turi (archi, portoni, finestre, Cimitero comunale) – immagini illustrative a supporto del testo

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