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Radici che attraversano il mare

Aggiornamento: 11 mag

La storia dei Mancini, tra Turi e l’America


Ci sono viaggi che non iniziano da una partenza, ma da una mancanza. Un’assenza che cresce nel tempo, che si insinua nei racconti spezzati, nei silenzi di chi non ha voluto o saputo raccontare. È da lì che parte il viaggio di Gary Mancini, da una memoria incompleta, da una storia familiare rimasta sospesa tra due continenti.



Nel 2004 Gary arriva a Turi insieme a sua moglie Margot. Non è un turista, non è un semplice visitatore: è un uomo che cerca. Cerca risposte, volti, tracce. Cerca di dare un senso a una storia che per anni è stata fatta più di supposizioni che di certezze. Ad accoglierlo ci sono mani familiari, quelle della cugina Maria e di suo marito Franco Cannataro, custodi inconsapevoli di un pezzo di quel passato.

Quando varca la soglia della casa dei nonni, in via Nardelli 11, il tempo sembra fermarsi. Gary resta in silenzio. Si siede. Il volto tradisce un’emozione che non ha bisogno di parole. È come se, in quel preciso istante, tutte le storie ascoltate da bambino trovassero finalmente un luogo dove posarsi. Non sono più racconti lontani: sono muri, stanze, luce.

La sua storia, però, comincia molto prima. Comincia nel 1931, quando suo nonno Giacomo Mancini muore a soli trentadue anni, lasciando una moglie incinta e quattro figli. Pochi mesi dopo nasce il quinto figlio, Giacomo Salvatore. Un anno ancora, e anche Domenica Pagliaruli, la madre, si spegne. Cinque bambini diventano improvvisamente orfani.



È in quel vuoto che si inserisce l’America. Nel dicembre del 1933, quattro di quei bambini attraversano l’oceano insieme allo zio Antonio, diretti verso Ellis Island. Il più piccolo resta a Turi. È una separazione che non è solo geografica: è una frattura emotiva che segnerà generazioni.

Tra quei bambini c’è Stefano, il padre di Gary. Ha sei anni quando lascia l’Italia. Porta con sé pochi ricordi, ma abbastanza profondi da restare per sempre. In America costruirà la sua vita con le proprie mani: prima operaio, poi camionista, infine carpentiere. Un uomo che impara tutto da solo, che trasforma il lavoro in dignità e la fatica in orgoglio.

Eppure, Turi non lo abbandona mai davvero. Rimane come un’eco silenziosa, come qualcosa di troppo intenso per essere raccontato. Quando Gary, molti anni dopo, prova a convincerlo a tornare, lui rifiuta. Non per indifferenza, ma per dolore.



Gary invece quel dolore lo attraversa. A Turi cammina tra le strade, osserva, ascolta. Arriva fino all’ufficio comunale e sfoglia documenti che per la prima volta sostituiscono le voci con la verità. Scopre che il nonno non è morto per un colpo di pistola, ma per un’infezione. Che la nonna non è morta di crepacuore, ma per una malattia precisa. Le storie si sciolgono, ma non perdono il loro peso. Cambiano forma, diventano reali.

Durante quel viaggio, Gary non trova solo risposte. Trova una bellezza inattesa. Le luci della festa, la musica nelle strade, le famiglie riunite nelle piazze. Turi gli appare viva, accogliente, profondamente umana. Quando riparte, porta con sé qualcosa che non è misurabile: una riconciliazione.

Pochi anni dopo, seduto accanto al padre negli ultimi momenti di vita, Gary ascolta una frase semplice: “È stata una bella vita”. E in quella semplicità c’è tutto. La fatica, la perdita, il coraggio, la ricostruzione. Gary risponde istintivamente: “No, è stata una grande vita”. E in quel dialogo breve si chiude un cerchio lungo quasi un secolo.

Perché le storie di migrazione non sono mai solo storie di partenza. Sono storie di ritorni, anche quando non avvengono fisicamente. Sono storie di radici che non smettono di cercare la loro terra.

E quella terra, per Gary Mancini, aveva un nome preciso: Turi.


Crediti

Adattamento narrativo a partire dall’articolo del Prof. Giovanni Palmisano

Riscritto da Miriam Valentini

2 commenti


Grazie per aver adattato l'articolo originale che io e Giovanni Palmisano abbiamo scritto insieme. Dalla nostra prima visita nel 2004, è diventato il mio impegno quotidiano fare ricerche non solo sulla mia famiglia, ma su molte, moltissime altre famiglie di Turi. Lungo questo percorso, ho vissuto esperienze fantastiche, incontrando parenti appena scoperti e stringendo nuove amicizie. Non vediamo l'ora di proseguire queste esperienze quando, in agosto, torneremo a far visita in occasione della Festa Patronale di Sant'Oronzo.

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Risposta a

Caro Gary,

le tue parole hanno un valore che va oltre la semplice memoria familiare. Raccontano il legame invisibile ma potentissimo che continua ad unire Turi ai suoi figli nel mondo.

La vostra storia è diventata parte di una memoria collettiva fatta di partenze, sacrifici, identità e ritorni. Sapere che, da quel primo viaggio del 2004, il tuo impegno sia diventato una ricerca quotidiana delle storie delle famiglie turesi è qualcosa di profondamente prezioso.

Turi non è soltanto un luogo da cui si parte.È una terra che continua a chiamare i suoi figli, anche a distanza di oceani e generazioni.

Sarà bellissimo accogliervi nuovamente ad agosto, durante la Festa Patronale di Sant’Oronzo, quando le luci, la musica e le strade…

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